La censura di guerra che si fa chiamare lotta contro le fake news

di Elena Nozdrina.

censura in guerra

Il 5 dicembre 2023 presso l’Aula Mazzini dell’Università di Genova ha avuto luogo il convegno Fake news, real consequences. L’evento è stato organizzato dal Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali (DISPI) – laurea magistrale Informazione ed Editoria, insieme all’Ordine dei giornalisti della Liguria. Durante il convegno sono state analizzati diversi argomenti legati al fenomeno delle fake news: la panoramica storica, diverse esperienze di contrasto delle notizie false, le tecniche di debunking e di fact checking, il contributo del dibattito pubblico in una società polarizzata e l’importanza dell’alfabetizzazione mediatica della società.

Quando è la legge a stabilire la verità

La presenza delle fake news nello spazio mediatico è una realtà innegabile ed è diventata una conoscenza comune per tutti, pure per quelli che non hanno alcuna alfabetizzazione digitale. Anche la connotazione negativa associata alle parole “fake news” è evidente.
Così quando sentiamo parlare di lotta contro le notizie false pensiamo che si facciano le azioni con uno scopo nobile.

Ma purtroppo nell’epoca di post verità non sono sempre i fatti a stabilire dov’è il vero e dov’è il falso.

A chi è capitato in una discussione, invece di utilizzare l’argomentazione concreta, limitarsi a dire “ma è un fake”? Con questa semplice affermazione cerchiamo di assumere il carattere negativo, non veritiero, alla notizia in questione. Così facendo limitiamo la possibilità di dialogo e di confronto, perché le basi delle nostre premesse sono diverse da quelle dell’interlocutore.

Tu hai la tua verità ed io la mia.

La discussione potrebbe finire lì. Oppure, se ci riferiamo ai dati e all’argomentazione logica invece che alle emozioni, nel dialogo potrebbe nascere la verità.

Ma se invece fosse la legge a stabilire dove sia la verità e dove sia la menzogna? Qualsiasi tentativo di discussione, di argomentazione basata sui fatti può diventare un reato. Il dibattito pubblico diventa impossibile.

In Russia, a livello ufficiale, non c’è la guerra, bensì un’operazione militare speciale; di conseguenza, non c’è posto neanche per la censura di guerra. Così Putin ha deciso di cominciare la sua lotta contro le “fake news”, dando della falsa a ogni affermazione o notizia che potrebbe screditare le forze armate russe e in generale le ragioni della sua “operazione militare speciale” in Ucraina.

La censura di guerra, sotto forma di lotta contro le fake news, è un metodo cinicamente scelto dal governo russo per contrastare qualsiasi informazione scomoda per le autorità del paese.
Il 4 marzo 2022, a una settimana dall’inizio di invasione dell’Ucraina su vasta scala, la Russia approva una legge che modifica il Codice penale per contenere la diffusione di “fake news” sulle azioni del proprio esercito. La legge, votata dalla Duma all’unanimità, introduce una responsabilità penale per la diffusione di false informazioni sulle forze armate russe.

In base alla gravità del reato sono previste multe e anche la reclusione fino a 15 anni di carcere.

La legge non riguarda solo i media ma tutti i cittadini, ciò trasforma questa legge in un vero e proprio strumento per repressioni politiche; e cos’è falso e cos’è vero lo stabiliscono le autorità del paese, non la realtà oggettiva.

Secondo i dati del progetto mediatico russo indipendente per la difesa dei diritti umani OVD-INFO, dopo 21 mesi dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina su larga scala, in Russia sono stati aperti 776 procedimenti penali in relazione a dichiarazioni contro la guerra. In particolare, 240 di questi procedimenti sono stati avviati proprio sulla base della nuova legge contro le fake news.

L’indifferenza civica e l’analfabetismo mediatico come garante del potenziamento della dittatura

La vera forza di Vladimir Putin è l’analfabetismo mediatico della grande parte dei cittadini che è sempre legata all’indifferenza civica generale della popolazione. I russi definiscono questo fenomeno come “patto sociale” non verbale tra lo stato e il cittadino, che è abbastanza semplice da rispettare: “Tu non fai le domande e io non ti tocco”.

L’alfabetizzazione mediatica della società è un potenziale pericolo per il potere.

Perciò nelle istituzione a tutti i livelli viene diffusa la propaganda di stato che è incompatibile con la cultura del pensiero critico. Questo approccio si può definire il contrario del metodo finlandese, di cui si è parlato durante il convegno “Fake news, real consequences”, che prevede l’alfabetizzazione mirata dei cittadini fin dall’età di 7 anni.

Ma ciò che per democrazia è una forza, rappresenta invece la debolezza per una dittatura.

La democrazia stessa stimola l’interesse dei cittadini a informarsi perché possono influenzare i processi politici a differenza delle dittature dove la partecipazione nasconde potenziali rischi per il cittadino. Di conseguenza nelle società non democratiche manca l’attenzione della popolazione verso le decisioni prese dal governo vista l’impossibilità di influenzarle. In queste condizioni, la macchina repressiva può silenziosamente aumentare la sua potenza senza incontrare un significativo dissenso pubblico.

Infatti se guardiamo i risultati del sondaggio svolto ad agosto del 2022, dall’organizzazione di ricerca non governativa russa Levada Analytical Center, vediamo che il 60% degli intervistati ritiene che “La legge che riguarda fake news mira a garantire l’affidabilità delle notizie nei media e su Internet”. E solo il 29% crede che questa legge è stata approvata per contenere le critiche alle autorità. In base a questi dati possiamo dire che Putin è riuscito a presentare una legge repressiva come una norma che tutela gli interessi dei cittadini.

L’assenza di libertà di stampa, la propaganda costante e il mancato desiderio di informarsi da parte dei cittadini costringono attivisti politici e giornalisti indipendenti, ormai quasi tutti in esilio all’estero, ad applicare tutte le forze per diffondere le informazioni sottratte dalla propaganda dei media tradizionali, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica.

Il prezzo della verità

Il recente caso di Sasha Skochilenko emerge come uno dei più significativi.

Lo scorso 14 novembre il tribunale di San Pietroburgo ha condannato l’artista Sasha Skochilenko a sette anni di carcere. La trentenne è stata accusata di diffondere “fake news” sulle forze armate russe. A marzo 2022 Sasha ha sostituito alcuni cartellini di prezzi in un supermercato della città con i foglietti contenenti informazioni sul numero di vittime della guerra in Ucraina e appelli a fermarla.

Nel suo ultimo discorso al tribunale, riportato dal media indipendente russo Mediazona, Sasha Skochilenko ha pronunciato queste parole:

“…Chiamatelo come volete: ho sbagliato, o mi sono ingannata, o mi hanno lavato il cervello… Resto fedele alla mia opinione e alla mia verità. E non credo che si debba costringere legalmente verso una verità o un’altra.”

Source: T.ME/FEMAGAINSTWAR con questi foglietti Sasha ha sostituito i cartellini dei prezzi al supermercato. (Qua tradotto in inglese da BBC)

Senza dubbi la democrazia si presenta come una condizione indispensabile per contrastare le fake news, poiché è aperta al dialogo costruttivo, tutela la libertà di espressione e promuove l’alfabetizzazione mediatica. Coltivare questi valori diventa essenziale nel preservare una società correttamente informata, consapevole e resistente alle varie manipolazioni dell’informazione

Elena Nozdrina

Fonti: OVD-info, Levada Center, Mediazona Elena Nozdrina

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